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Attualità

La morsa agghiacciante della solitudine

Sono varie e differenti le situazioni che possono risvegliare in noi un senso di solitudine:
- la perdita di una persona amata
- un periodo in ospedale in cui possiamo sentirci abbandonati
- un cambiamento di domicilio
- una separazione o un licenziamento
- sensi di inferiorità che ci portano a pensare: «Più nessuno mi ama», «Ho fallito», «Tutti mi evitano», «Non sono più utile per nessuno».
Il senso di solitudine può anche nascere quando cerchiamo di comunicare a qualcuno i nostri sentimenti e ci rendiamo invece conto di non essere corrisposti o capiti.
I sintomi della solitudine sono noti alla maggior parte delle persone, ma i più cercano di rimuoverli con tutti i mezzi a disposizione. C'è, per esempio, chi afferma di non avere nemmeno il tempo per sentirsi solo, e non si rende conto che probabilmente la sua fuga di fronte alla solitudine è arrivata a un punto tale da non permettergli più di riconoscere il suo vero stato.
Soluzioni apparenti

Chi decide di godere di un attimo di tranquillità e silenzio o chi involontariamente si ritrova solo, inevitabilmente inizia a riflettere e a porsi degli interrogativi:
«Qual è il senso della vita e che significato ha tutto quello che faccio?»
Forse a questo punto la persona realizza di essere profondamente sola. Questo pensiero stringe il cuore come una morsa gelata, e per liberarsi dalla sua stretta lo si allontana.
Un tentativo per farlo è la fuga nelle attività: c'è chi si butta nel lavoro e chi invece è alla continua ricerca di svago e compagnia. Ma anche il manager più impegnato sente la «stretta della solitudine», non appena nel suo ufficio subentra un momento di silenzio e lui ha il tempo di riflettere sulla sua vita. La persona che invece si distrae con i divertimenti, deve prima o poi ammettere di alienarsi da se stessa, di seguire sempre più i pareri, le idee e le convinzioni di altri. La continua compagnia lo porta a perdere gradualmente la sua identità. Non vive più in prima persona, ma viene quasi vissuto, dai suoi amici e conoscenti.
Altre persone cercano di sfuggire alla solitudine tramite la televisione o altri mezzi di svago e di distrazione. Ma anche questi tentativi sono illusori. La compagnia e l'amicizia rappresentate sullo schermo sono solo fittizie. Il telespettatore può forse avere l'impressione di essere partecipe di avvenimenti importanti, per esempio quando «accompagna» il commissario per le strade di Manhattan o quando «conosce» personalità famose in una trasmissione di varietà, ma è inutile dire che si tratta solo di un'illusione. Il fatto di avere apparentemente accesso all'ambito privato di una famiglia di Dallas o all'intimità di una coppia in «Beautiful», rappresenta un'effimera bolla di sapone, che scoppierà non appena si spegnerà l'apparecchio. E' perciò evidente che tutto questo non potrà mai costituire un'efficace terapia contro la solitudine!
Per sfuggire alla solitudine annebbiando la coscienza molti scelgono purtroppo altre soluzioni sempre illusorie ma assai pericolose: l'alcol e la droga. Le conseguenze sono note, misere e tragiche: rapporti, matrimoni e famiglie spezzate - persone distrutte.
il tentativo forse più deciso di sfuggire alla solitudine è la ricerca di un «rapporto d'amore» con un partner. Si pensa di poter risolvere il problema della solitudine una volta trovata una persona che ci «ama veramente».
Quanto è profonda e sconvolgente poi la delusione, quando ci si rende conto che nella realtà un tale «rapporto d'amore» non risponde - e non può rispondere alle proprie esigenze.
Per trovare una soluzione al problema della solitudine è indispensabile porre la giusta diagnosi. Se la diagnosi è errata, lo sarà anche la terapia.
Cause della solitudine

Di fronte al fenomeno della solitudine è necessario distinguere la solitudine primaria e quella secondaria.
Quella primaria coinvolge tutto il nostro essere e potrebbe essere definita la solitudine esistenziale.
Essa è la causa per cui la persona non riesce a superare il problema dell'essere solo o le varie forme di solitudine secondaria.
La solitudine che riguarda tutta la nostra esistenza dipende in qualche modo dalla nostra idea di Dio e dal nostro rapporto con lui.
Se è vero quello che afferma la Bibbia, e cioè che Dio, il Creatore dei cielo e della terra, ha creato l'uomo perché viva in comunione con lui, e se è vero che l'uomo invece non sperimenta questa comunione, è inevitabile che esso si senta come una parte incompleta di un tutto.
E' proprio questo ciò che intende il grande fisico Blaise Pascal, quando afferma che in ogni uomo c'è un vuoto. Pascal prosegue nella sua diagnosi e dice che tale vuoto può essere colmato solo da Dio.
Se l'uomo non permette a Dio di farlo, cercherà in ogni modo di riempire da solo questa «vuoto nel cuore», tentando di soddisfare dei bisogni secondari. Tutti questi tentativi alla fine non potranno che fallire.
Il vuoto nell'uomo è la causa della solitudine primaria, esistenziale.
Quindi la soluzione al problema della solitudine esistenziale dell'uomo è nel rapporto con il suo Creatore.
Perché tante persone in questo mondo non vivono (più) con Dio? Cosa li ostacola?
L’ostacolo principale alla comunione con Dio è la colpa. La vita separata da Dio ci ha resi egocentrici e arroganti e noi ci lasciamo guidare da questi impulsi.
Ognuno di noi sa di non aver vissuto come avrebbe dovuto. Chi riflette sinceramente riconosce di aver ferito altri con il suo egoismo, sa dei suoi sentimenti nascosti di amarezza, disprezzo e avidità e soprattutto è cosciente della sua ribellione verso Dio il Creatore e verso i suoi diritti nella vita dell'uomo.
Tutto ciò costituisce un muro di colpe che ci separa da una vera e fervida comunione con il Dio santo.
Superare la solitudine

Stanley Jones raccontò una volta di un bambino che, nel periodo pre-natalizio, venne interrogato dal suo insegnante riguardo al suo più grande desiderio per Natale.
Il bambino pensò alla fotografia del padre, incorniciata a casa; al papà che lui amava tanto e che non c'era più. Poi rispose a bassa voce: «Vorrei che papà uscisse da quella cornice e tornasse da noi».
Quel bambino espresse in parole quello che è il desiderio segreto di tutti gli uomini. Vorremmo sentirci sicuri, protetti da una mano forte che sa tirarci fuori dalle nostre debolezze e meschinità: abbiamo nostalgia di un padre amorevole.
Dio è effettivamente uscito dalla cornice dell'ignoto, è diventato uomo e si è rivelato a noi in Gesù Cristo.
Gesù Cristo offre una possibilità per rimuovere l'ostacolo della colpa: egli prese su di sé la solitudine e la separazione da Dio. Sulla croce dei Golgota gridò: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Inchiodato a quella croce e nelle sofferenze più atroci Gesù Cristo esperimentò al posto tuo e mio la completa separazione dal Padre celeste. Egli provò l'abbandono più totale e con la sua morte pagò per le nostre colpe.
Ma dato che Gesù Cristo non fu soggetto alla decomposizione, risuscitò e oggi vive in una dimensione ultraterrena, egli offre anche adesso ad ogni persona il dono di grazia della sua opera compiuta: egli si è caricato delle nostre colpe e ha sofferto al posto mio e tuo.
Ora egli offre il perdono. Egli vuole coprire della sua perfetta giustizia l'uomo colpito e incatenato dall'egoismo, marcato dal peccato e dall'ingiustizia. In questo modo egli crea la possibilità di ritrovare la comunione con il Dio santo. Che offerta incredibile!
In questa intima comunione con Dio, vissuta quotidianamente, il problema della solitudine primaria è risolto; perché troviamo finalmente un Tu che ci capisce meglio di noi stessi, che è infinitamente fedele e affidabile. Possiamo comunicare con un interlocutore che conosce e capisce i nostri sentimenti, i nostri bisogni ed esperienze, anche se non siamo in grado di esprimerli a parole. Così la gelida morsa della solitudine viene sostituita dall'amorevole mano della comunione, in cui tutti quelli che hanno affidato la propria vita a Gesù Cristo, possono sentirsi protetti e sostenuti. E Gesù Cristo assicura: «Nessuno li rapirà dalla mia mano» (Giovanni 10:28).

Solitudine come opportunità

«Sì, sono solo»: questa costatazione può diventare un'opportunità per cercare una soluzione al problema della solitudine esistenziale. Ammettere di essere soli può essere il primo passo verso una risposta al richiamo di Dio, che ci ha «chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo» 0 Corinzi 1:9). Di fronte alla solitudine dell'uomo c'è la proposta di essere uniti a Dio. Il salmista lo esprime con le seguenti parole:
«Dio è padre degli orfani e difensore delle vedove nella sua santa dimora; a quelli che sono soli Dio dà una famiglia, libera i prigionieri e dà loro prosperità; solo i ribelli risiedono in terra arida» (Salmo 68:6-7).
Se abbiamo risolto il problema della solitudine primaria possiamo anche imparare ad affrontare nel modo giusto la solitudine secondaria.
Ma attenzione a non avere delle speranze sbagliate: anche un cristiano, che vive nella comunione con Dio, può essere colpito dalla solitudine secondaria. Numerosi cristiani che sono stati emarginati dal loro contesto sociale, arrestati e torturati a causa della loro fede, hanno sofferto molto per la solitudine secondaria. Ma dato che il problema della solitudine primaria e fondamentale era risolto, anche nelle situazioni più difficili non hanno disperato, ma hanno trovato pace e sicurezza nella comunione con Dio.
Anche per il cristiano - con la perdita di una persona amata, con una separazione, con il disprezzo e l'incomprensione - si farà sentire in tutta la sua forza la solitudine secondaria.
Come ha reagito l'apostolo Paolo a problemi e sofferenze di questo genere? In Il Timoteo 4:16-17 egli riferisce: «Nella mia prima difesa nessuno si è trovato al mio fianco ma tutti mi hanno abbandonato; ciò non venga loro imputato! Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte »
Tutti se ne andarono e Paolo rimase solo, abbandonato. Ma egli «non lo imputò loro», egli li perdonò immediatamente. Egli rinunciò alla vendetta e non permise che in lui prendessero piede dei sentimenti di amarezza e di rancore. Tanto più forte fu quindi l'aiuto nella comunione con Dio.
Noi tutti abbiamo la tendenza ad attribuire la responsabilità per le nostre situazioni difficili ad altre persone che noi consideriamo colpevoli. La conseguenza di ciò è che diventiamo amareggiati e pensiamo che la nostra felicità dipenda dall'affetto degli altri.
Impariamo invece a reagire come Paolo agli attacchi della solitudine secondaria: con il perdono e nella certezza che la cosa più importante e più preziosa nella nostra vita è la comunione con Dio.
Trasmettiamo ad altri il perdono che abbiamo ricevuto da Dio come un dono della sua grazia: alle persone che ci fraintendono, ci feriscono o addirittura ci abbandonano.
Essere soli allora non significherà più solitudine. Anzi, è persino necessario trovare dei momenti in cui siamo soli con Dio. Gesù stesso, che durante la sua vita pubblica sulla terra era molto richiesto e sempre circondato da una folla di gente, ripetutamente si ritirò da ogni attività per rimanere solo con il suo Padre celeste.
Prendiamolo anche in questo come esempio! Così, essere soli, potrà diventare un'opportunità, qualcosa di positivo, un momento di gioia nella nostra vita.

Imparare ad affrontare la solitudine nel modo giusto

«Tutto il male del mondo ha il suo inizio nel fatto che l'uomo non riesce a stare solo nella sua stanza» affermò una volta BIaise Pascal. La sua affermazione ha senz'altro qualcosa di vero, perché molte persone cercano di sfuggire alla loro responsabilità individuale di fronte a un Dio Santo e Creatore di ogni cosa. Stare soli con Dio per loro è insopportabile. Per la persona che invece ha provato il perdono della colpa e la comunione con Dio, rimanere sola con Dio rappresenta la risposta ad un profondo bisogno.
Se riusciremo ad affrontare la solitudine secondaria in questo modo, sperimenteremo ripetutamente che Dio soddisferà i nostri bisogni, venuti a galla proprio grazie al fatto che siamo soli. Proveremo anche una comunione piena con altre persone, che ha la sua origine nella nostra unione con Dio.
« ... noi lo annunciamo anche a voi, perché voi pure siate in comunione con noi; e la nostra comunione è coi Padre e coi Figlio suo, Gesù Cristo» (1 Giovanni 1 :3)
La solitudine primaria viene completamente superata tramite la comunione con Dio. Per quanto riguarda quella secondaria, è necessario imparare a viverci, a vederla come un'opportunità per stare soli con Dio, come una possibilità per diventare meno superficiali. Oltre a ciò possiamo soddisfare i nostri bisogni, dovuti alla solitudine secondaria, nella comunità cristiana, fondata sulla comunione con Dio.
La comunità cristiana è un luogo di vero ascolto e offre ripetutamente la possibilità di sviluppare la nostra sensibilità nei confronti degli altri.
Questa è la condizione necessaria per un incontro sincero e aperto e per una vera partecipazione alla vita di chi ci è vicino. Il comandamento di Gesù «Amatevi gli uni gli altri» ci incoraggia ad imparare ad amare realmente e cosi a dare una risposta pratica alle mancanze provocate dalla solitudine secondaria.

Walter Nitsche

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